Diario Via degli dei 2025 (in ritardo)
Ciao a tutti, non sono spariato, anche se potrebbe sembrare il contrario, non mi sento così ispirato dalla scrittura in questo ultimo periodo, di solito l'estate è sempre così, poi l'inverno torno a scrivere come una macchina ahahahaha, vi lascio il diario sulla via degli dei dell'anno scorso che ho scritto per la rivista "Cammini D'italia", buona lettura.
Cinque giorni sulla Via degli Dei: a vent’anni ho scelto di rallentare
Avevo vent’anni, un lavoro d’ufficio a tempo pieno e la sensazione costante che tutto scorresse troppo velocemente.
Non c’era un grande motivo preciso per partire. O meglio, c’era tutto insieme: confusione, bisogno di staccare, voglia di mettermi alla prova e soprattutto la necessità di ritrovare qualcosa di più semplice. Qualcosa di vero.
Così ho deciso di partire da solo sulla Via degli Dei.
Da Bologna a Firenze, cinque giorni a piedi, più di 130 km. Con uno zaino leggero, pochissima esperienza e molte più domande che certezze.
Non ero un escursionista esperto. Avevo fatto qualche trekking vicino casa, in Umbria, ma mai nulla di simile. Non avevo mai dormito da solo in natura. Non avevo mai camminato per giorni interi.
E sinceramente non ero nemmeno sicuro di arrivare a Firenze.
La preparazione: il viaggio prima del viaggio
Col senno di poi, il viaggio è iniziato prima di partire.
Ho iniziato a preparare uno zaino ultralight da poco più di 5 kg, scegliendo ogni cosa con attenzione quasi maniacale. Il tarp, il sacco a pelo, il fornellino, il cibo.
Ho scelto il tarp della Decathlon perché volevo stare leggero. Essenziale. Il tarp è una copertura minimal per dormire in natura: non è una tenda vera e propria, è qualcosa di più aperto, più esposto, che ti tiene vicino all’ambiente senza separarti troppo da esso.
Forse senza saperlo cercavo proprio questo: non protezione totale, ma contatto.
E in qualche modo, già mentre preparavo tutto, avevo capito che quel viaggio mi stava già cambiando.
Tappa 1 - Bologna → Brento
Sono partito da Bologna con la testa piena di pensieri.
San Luca è stata la prima vera prova: salita, caldo, ritmo ancora da trovare. Poi lentamente la città ha iniziato a lasciare spazio ai boschi.
E con i boschi è arrivato il silenzio.
Quel silenzio che non è vuoto, ma presenza.
Arrivato vicino a Brento ho montato il tarp per la prima volta da solo in mezzo all’Appennino. Ricordo una sensazione precisa: un misto di libertà e timore.
La prima notte è stata strana. Avevo paura di aver sbagliato qualcosa, di non essere abbastanza preparato, di non riuscire a dormire bene o di non riuscire a finire il cammino.
Eppure, nonostante tutto, non ho mai pensato di mollare.
Quel primo giorno mi ha insegnato una cosa semplice: organizzarsi bene è già metà del cammino.
Tappa 2 - Brento → Madonna dei Fornelli
La mattina dopo è stato tutto diverso.
E proprio all’inizio di questa seconda tappa ho vissuto uno dei momenti più intensi.
Sul Monte Adone ho trovato un quaderno lasciato dai camminatori. Tra le pagine c’era una lettera scritta da qualcun altro, un pensiero dedicato ai propri nonni che mi ha colpito profondamente per la sua semplicità e sincerità.
In quel momento non ho scritto nulla di mio, ma ho sentito forte il peso delle parole lasciate lì, in mezzo al cammino, come se appartenessero un po’ a tutti quelli che passano da quel sentiero.
Il corpo aveva iniziato ad accettare il ritmo. La testa anche.
I sentieri dell’Appennino cominciavano a diventare familiari. Non c’era più la sensazione di “stare facendo qualcosa di difficile”, ma quella di “stare entrando dentro qualcosa”.
In questa tappa ho iniziato davvero a capire il valore del cammino.
Non è solo fatica. È costanza, lentezza, presenza.
Ho incontrato tanti altri camminatori. Persone diverse, storie diverse, ma con una cosa in comune: la voglia di esserci.
C’è una cosa che mi è rimasta impressa di quei giorni: la disponibilità delle persone ad aiutarsi senza motivo.
Nel loro piccolo, tutti mi hanno fatto sentire meno solo.
Tappa 3 - Madonna dei Fornelli → Sant’Agata
Questa è stata la tappa più dura.
Circa 30 km. E gli ultimi 15 completamente da solo, con il buio che iniziava a scendere e la stanchezza che si faceva sentire davvero.
In quel momento il cammino smette di essere un’esperienza e diventa qualcosa di più essenziale: andare avanti.
Passo dopo passo.
Respirare.
Non pensare troppo.
È stato lì che ho capito quanto il silenzio possa essere pesante ma anche incredibilmente necessario.
Tappa 4 - Sant’Agata → Bivigliano
Qui il cammino ha iniziato a diventare condivisione.
Ho camminato con persone incontrate nei giorni precedenti, alternando tratti da solo e tratti insieme.
E ho capito una cosa importante: puoi partire da solo, ma difficilmente resti davvero solo.
Sul cammino le persone non sono rumore di fondo. Sono parte dell’esperienza.
Si condividono chilometri, silenzi, pause, pasti semplici. E tutto diventa più leggero.
Non ricordo una singola conversazione precisa.
Ricordo piuttosto la sensazione generale: quella di appartenere, anche solo per un attimo, a qualcosa di più grande e spontaneo.
Tappa 5 - Bivigliano → Firenze
L’ultima tappa è stata strana.
Le gambe erano stanche, ma la testa già era altrove.
Fiesole è stato il momento decisivo.
Quando ho visto Firenze dall’alto ho provato una sensazione forte, quasi difficile da spiegare: orgoglio, gioia, e una specie di pace.
Non era solo la fine del cammino.
Era la conferma che ce l’avevo fatta.
Poi l’ingresso in città, l’arrivo in Piazza della Signoria, il fermarmi, guardare, fotografare.
Ma soprattutto rendermi conto che il vero valore non era arrivare lì.
Era tutto quello che era successo prima.
Cosa mi ha lasciato la Via degli Dei
La Via degli Dei non è stata solo un cammino.
È stata un modo per capire me stesso.
Ho scoperto che sono molto più di quello che pensavo. Più resistente, più curioso, più presente.
Ho scoperto che la felicità, per me, sta in cose semplici: la lentezza, l’aria fresca, il silenzio, la fatica che ti rimette in ordine.
“Aria fresca” per me non è solo natura.
È fermarsi, guardare il paesaggio, sentire il vento sulla pelle e capire che sei nel posto giusto.
Da quel cammino mi sono portato via anche una consapevolezza: organizzarsi bene è fondamentale, ma ancora più importante è avere il coraggio di partire.
Oggi continuo a camminare. Ho fatto altri percorsi, come il Cammino dei Tre Villaggi e il Cammino dei Borghi Silenti, ma tutto è iniziato lì.
E se dovessi riassumere tutto in una frase, direi questo:
Cammino perché mi fa sentire tranquillo ed in pace con me stesso e con il mondo.
E forse è proprio questo il senso.
Non arrivare da qualche parte.
Ma imparare a stare bene mentre ci si va.
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